Il tempo d’un sogno

3 marzo 2008

Se io, ancor che nessuno, potessi avere sul volto quel lampo fugace che quegli alberi hanno, avrei quella gioia delle cose al di fuori, perché la gioia è dell’attimo; dispare col sole che gela. Qualunque cosa m’avrebbe meglio giovato della vita che vivo - vivere questa vita di estraneo che da lui, dal sole, mi era venuta! Viaggiare! Perdere paesi! Essere altro costantemente, non avere radici, per l’anima, da vivere soltanto di vedere! Neanche a me appartenere! Andare avanti, andare dietro l’assenza di avere un fine, e l’ansia di conseguirlo! Viaggiare così è viaggio. Ma lo faccio e non ho di mio più del sogno del passaggio. Il resto è solo terra e cielo.  

Si arresta l’emozione ad ogni risveglio. Nel sonno/sogno il battito accelera, il respiro lo segue, e s’accende il motore di quel mezzo impercettibile che ti rapisce dalle tue stesse membra, e ti conduce incontro a remoti indimenticati universi. La vista annebbiata, sfumata realtà parallela, ove le sole guide a cui affidarsi restano sinestetiche combinazioni di colori e profumi. Galleggiare in quell’atmosfera diventa ragion d’essere, cui impossibile risulta ogni resistenza. Si confondono i confini, come linee d’inchiostro disturbate da una lacrima, che si scioglie lentamente e cancella tutto ciò sui cui si poggia. Si moltiplica il tempo, eterno nemico di questo universo, fedele compagno dell’altro “diverso”. La felicità è reale solo quando condivisa. Bandita signora solitudine, i sorrisi si riflettono come caleidoscopiche geometrie nello spazio. Ignota anche la paura, non resta qui che da scappare da se stessi. Ma si arresta l’emozione ad ogni risveglio. L’inquetudine accompagna lo schiudersi di ciglia umide di sudore. E’ valsa la fatica        ?

 “E adesso aspetterò domani per avere nostalgia signora libertà signorina fantasia”

[2]

25 febbraio 2008

Guarda a tutt’occhi, guarda.

Jules Verne


 

D’inverno penso che gli alberi, con le loro grinfie, trattengano il cielo dal volare via da noi.

E’ un pensiero inquietante.

Non mi succede d’estate, quando non ci sono geometrie di ghisa a suddividere l’azzurro, ma soltanto innumerevoli particelle di verde che vibrano e ondeggiano, polmoni estroflessi al sole, i tronchi come i canali capillari dei bronchi, le foglie alveoli che inspirano sole e anidride carbonica, che espirano l’ossigeno, ciclo opposto al nostro, lentissimo, dentro-giorno fuori-notte, battito sincrono e parallelo, complementare.

E se mi fermo a guardare le foglie, a guardarle veramente, in tutta la loro complessità, a percepire in un colpo le miriadi innumerevoli che non ci è dato sentire, mi sento inondato dal loro numero, dalla mia limitatezza, mi chiedo cosa vede Dio (o Funes) quando osserva un’albero, una foresta, e ogni albero è una foresta, ogni foresta un universo di mondi diversi, visione parusistica, infinito attuale, e sapere in che modo l’alacre pazienza delle formiche si infili nel divino e casuale Puzzle, assieme agli insondabili arabeschi delle corteccie, la delicata traslucenza di un’ala di farfalla, l’assurda aerodinamica del calabrone, i vertiginosi volteggi della libellula. E mi ritrovo sempre a dispiacermi nel sorriso che tutto questo non ci è dato, né libellula né calabrone né corteccia, non ci sarà dato mai, e siamo condannati, o liberati, a vedere solo un pezzo di mondo per volta, e soltanto uno per istante.

E ricordo Perec nel suo voler esaurire un luogo con le parole (e dove riuscì ad arrivare, dannato), e il buon Gadda che vomitava la sua nevrosi intelligentissima, superbamente lucida, poliglotta, e Borges che componeva cristalli distillando parole, e la Campo che ape regina secerneva miele e pappa reale, facendosi servire il mondo da infiniti e microscopici vassalli (le parole), racchiusa e circondata nel centro dell’alveare, e Calvino, entomologo e allo stesso tempo formica, che con sereno e superbo gusto classificava ed ordinava l’universo delle parole e dei racconti, e degli uomini asserviti ad essi…

Mi piace vederli come amanuensi della Visione, raccoglitori instancabili di indizi che il mondo vero sta da un altra parte, ma le prove ci sono, e sono qui, davanti agli occhi di tutti.

Basta volerle guardare.

Ma guardarle davvero.

 

Inattesa corrispondenza…

21 febbraio 2008

I - Inattesa corrispondenza 

“Poco a poco, questa lettera cominciata per informarti dei progressi del mio male è diventata lo sfogo d’un uomo che non ha più l’energia necessaria per applicarsi a lungo agli affari dello Stato; la meditazione scritta d’un malato che dà udienza ai ricordi. Ora mi propongo ancor più: ho concepito il progetto di raccontarti la mia vita. [...] La verità che mi propongo d’esporre qui non è particolarmente scandalosa, o meglio non lo è se non nella misura in cui non c’è verità che non susciti scandalo. Non m’aspetto che i tuoi diciassette anni ne capiscano qualcosa; ci tengo tuttavia, a istruirti, fors’anche a urtarti.[...]Ignoro a quali conclusioni mi trascinerà questo racconto. Conto su questo esame dei fatti per definirmi, forse anche per giudicarmi o, almeno, per conoscermi meglio prima di morire”.

II – Il sonno

“Di tutti i piaceri che lentamente mi abbandonano, uno dei più preziosi, e più comuni al tempo stesso, è il sonno. Chi dorme poco o male, sostenuto da molti guanciali, ha tutto l’agio per meditare su questa voluttà particolare. Ammetto che il sonno perfetto è quasi necessariamente un’ appendice dell’amore: come un riposo riverberato, riflesso in due corpi. Ma qui m’interessa quel particolare mistero del sonno, goduto per se stesso, quel tuffo inevitabile nel quale l’uomo, ignudo, solo, inerme, s’avventura ogni sera in un oceano, nel quale ogni cosa muta – i colori, le densità delle cose, persino il ritmo del respiro, un oceano nel quale ci vengono incontro i morti. Nel sonno, una cosa ci rassicura, ed è il fatto di uscirne, e di uscirne immutati, dato che una proibizione bizzarra c’impedisce di riportare con noi il residuo esatto dei nostri sogni”. 
[Memorie di Adriano - Animula Vagula Blandula, Marguerite Yourcenar]

Virtuose Inquietudini/2

20 febbraio 2008

[3]

Da quando ho smesso di sognare, dormo poco, e malvolentieri. Come a voler recuperare, vegliando, quella parte di umana coscienza che si perde nel sonno privato dei sogni, mi trascino nel mio piccolo mondo, incominciando mille cose senza il desiderio di farne alcuna.

Non soffro d’insonnia, al contrario mi addormento ogni volta che desidero farlo. E’ che da un po’ non desidero più di farlo, quando è notte.

Il tempo è diverso, di notte. E’ un tempo di attese, in cui ogni suono è degno di attenzione. Un cigolare di scuri: può essere qualcuno che vuole vedere la luna, o fumare una sigaretta di nascosto, o sentire quanto freddo faccia, o aspettare che lui ritorni, o lei. Lei, la ragazza del piano di sotto torna sempre a notte fonda, e io ormai riconosco i suoi passi fin dalla strada. Una notte di queste correva per le scale. Non sono riuscita ad immaginarmi la ragione. Ha sbattuto la porta e dato le mandate, gettato un qualcosa di morbido su un qualcosa di rigido, poi non ho sentito più niente. Altre volte apre il frigorifero. Non so se per mangiare, o per bere qualcosa che sta in fresco. Comunque si addormenta presto. Riesco sempre ad augurarle, in silenzio, buonanotte.

Alle volte mi affaccio alla finestra, alla ricera di una qualche stanza accesa. Per vedere se c’è qualcuno come me. Che non fa niente. E aspetta. Mi sembra assurda l’ipotesi che qualcuno stia facendo quello che faccio io adesso. Sono la sola in città. Alcune volte mi fa sorridere il pensiero di me che, affacciata a cercare improbabili segnali di veglie, mi trovassi davanti qualcuno, magari nella finestra a fronte, che si guarda attorno, alla ricerca la stessa mia cosa. Sarebbe spaventoso: come una porta che si spalanca su un abisso, ma un abisso che non mi appartiene, più spaventoso quindi del mio personale, o almeno meno familiare.

Di notte, in questa città, non succede niente. Cos’è che aspetto quindi? Qual’è la ragione per cui, neppure la giornata più snervante, mi rassegna a dormire in pace?

La notte si capiscono molte cose, che di giorno ci sarebbe impossibile. Di notte non si vede niente, e siamo costretti a spremere altri sensi e il pensiero.

Siamo meno carne, e più anima, la notte.

Meno uomini, e più qualcos’altro.

[66]

Ho provato ad essere città, questa notte, ferma immobile nel mio letto, con lo sguardo fisso al cielo, senza nient’altro da attendere che il giorno. Ho avuto paura, più volte, che il tempo si fosse spento, e che quella mia immota condizione non sarebbe più mutata. Poi, non so come sia accaduto, perchè fino ad un istante fa, al di là di quei vetri, non c’era niente. Però, d’incanto, ecco adesso l’ovvia facciata della casa di fronte, di un colore inesistente. La città in quel momento ha sospirato; era un misto di stupore, sollievo e noia. E’ stato un fiato di sottile meraviglia, poi, in un attimo, è rimasta sola l’ennesima alba.

Dopo infinite ore, in un solo momento, tutto è stato passato, un passato subito remoto, e ciò che in tutto quel buio appariva un prodigio improbabile, ora è soltanto il giorno.

Eppure, quel tempo in cui il desiderio che qualcosa accadesse mi teneva sveglia, è lì, era poco fa.

Era una vita fa, o forse il desiderio di un’altra persona che non sono io, o di un’altra me, ora dileguata…

Con quanta passione attendiamo le cose, per poi non volerle più.

La pazienza, che l’uomo duramente apprende nel corso delle sue disgrazie, altro non è che un mezzo per poter perpetuare l’inganno del desiderio. Prolungare nell’animo, l’anelito romantico, perchè sia più grande la beffa del Destino, e si allietino maggiormente gli dei immortali, della sofferenza dell’uomo che raggiunge il suo scopo, sconfitto.

Che gli onnipotenti rinuncino a vivere, limitandosi ad osservare, dovrebbe suggerirci qualcosa.

Ma siccome siamo stati messi qui proprio per vivere, desiderare e soffrire, è evidente che è questo ciò che possiamo fare. O saremmo nati dei.

Ma a loro possiamo almeno ispirarci, e se è vero che non possiamo non desiderare alcunchè, possiamo almento cercare di volere un qualcosa che è impossibile ci accada, perpetuando nel tempo una condizione immutabile, di [...]

E’ pieno giorno. Questa notte non c’è stata.

Resterò qui tutto il giorno, esercitantomi ad aspettare che non accada nulla.

 

InQuieta

16 febbraio 2008

[28]

Vado a letto senza essere troppo stanca, e nello scuro della mia camera c’è un foro da cui entra una flebile luce di luna. Chiudo gli occhi, ed ecco che mi si presentano alla mente alcuni brani di una riflessione fatta in treno, dopo aver letto un articolo di giornale.

Dicevamo, io e un’amica: maledetto Cartesio.

E’ colpa sua se nel mondo la gente sembra che debba scegliere se preoccuparsi del corpo o dell’anima, e anche noi tendiamo comunque a considerarci un po’ scissi… è colpa di quel francese che ha teorizzato la dualità delle sostanze, che ha diviso l’uomo in Res Extensa e Res Cogitans… ma in realtà prima di lui Platone, quel caro vecchio saggio che preferiva le idee alle cose reali, che ipotizzava che la realtà fosse solo una copia delle intangibili e perfette idee… e anche un po’ di Sant’Agostino, con le sue due città…

Bisognerebbe smetterla di dividere l’anima dal corpo, lo spirituale dal materiale. Bisognerebbe rendersi conto di quanto siamo uniti, di quanto la verità stia lì, in quel punto che unisce la carne con lo spirito, nel punto dove nascono i pensieri…. il problema è come e perchè una serie di impulsi elettrici e chimici, in noi, fanno scaturire un dolce ricordo, una rabbia improvvisa o una delusione…

Per un attimo li vedo, tutti i cervelli del mondo sotto di me, vedo la materia grigia che s’illumina come se vi fossero dei led luminescenti, e mi chiedo se vedere le lucine basterà per capire che sensazione esse determinino…

Poi ecco, è come se mi svegliassi dal sogno, e ritorno ad avere percezione di me stessa, della mia guancia appoggiata sul cuscino, dell’elastico un po’ stretto dei pantaloni del pigiama, del tepore delle coperte che avvolgono il mio corpo… e, come dopo un sogno, ripenso a ciò che è passato nella mia mente e mi sembra così lontano, così staccato da me, così insignificante rispetto a quello-che-sono-io, in questo letto, con questo corpo… e penso che forse stavo pensando a cose che già pensate, cose già passate nella mia mente e in quella di qualcun altro… forse ci sono pensieri così, che viaggiano da una testa all’altra, pensieri trascendentali che non hanno nessuna relazione col corpo e perciò vivono solo nel limbo di un attimo, nel dormiveglia di ogni coscienza… si possono chiamare illuminazioni, o speculazioni filosofiche, o seghe mentali…

E mi viene in mente Averroè che pensava che esistesse un unico Intelletto di cui tutti partecipano ogni qualvolta fanno pensieri più profondi di loro stessi… lo chiamava “nous poietikòs”, diceva che tutti possiamo attingerne, ma nella sua completezza esso è Dio…

Penso che potrebbe aver ragione, già non ricordo a cosa stavo pensando ma so che per un attimo è come se mi fossi staccata da me stessa ed avessi guardato dal punto di vista di dio, dell’Intelletto unico… magari in qualche momento Dio è così vicino a noi che possiamo confonderci con lui… e se potevo vedere tutto dall’esterno significa che non ero rinchiusa dentro il mio cervello, dentro la mia testa…

Poi mi chiedo: ma se ora sto pensando al nous poietikòs, lo penso dall’esterno e riesco a immaginarlo nella sua completezza, sono forse, in compagnia di Averroè, ad un livello ancora più alto? Se Dio è il pensiero stesso, cosa permette a me e al commentatore arabo di guardarlo dall’esterno? Ed inizio a pensare che se quello era meta-pensiero, allora il pensiero del pensiero-sul-pensiero si dovrebbe chiamare meta-meta-pensiero…

Ora sono davvero stanca, sento il sonno che si diffonde dolce…devo ricordarmi, domani, di dire a mia madre che ha telefonato il geometra…

è l’ultimo sguardo alla terraferma prima di naufragare nell’oblio.

 

Lou

Fiorista domenica aperto

17 dicembre 2007

Tutti dicevano che la neve sarebbe venuta, quell’inverno, ma lei manteneva le sue riserve a riguardo. A dire il vero, le piaceva moltissimo la neve, e segretamente continuava a sognare, un bel mattino, di affacciarsi, e trovare i tetti rivestiti di bianco, e le strade impraticabili, silenziose. Ma a tutti diceva che, oramai, era improbabile, che nevicasse; dopotutto, non si era mai visto un’inverno più bello: niente nebbie, niente piogge interminabili, solamente sole. Piccolo, pallido e fresco, ma pur sempre sole.

Pazienza, pensava, per la neve, che, a ben pensarci, pareva un’ottima idea, quella di evitare i suoi disagi: il freddo pungente, gli automobilisti inebetiti, e poi, quando si scioglie, quel bagnaticcio che si infila ovunque, e gli stivali nuovi, di finto camoscio, che non avrebbe potuto mettere, e i pavimenti che sarebbero stati da lavare tre volte al giorno… E così se n’era fatta una ragione: ciao ciao neve, sarà per la prossima.

Aveva conosciuto un ragazzo, qualche tempo prima, e qualcuno già li definiva “fidanzati”. Certo è che per la strada si tenevano la mano, come a non volersi perdere. E si baciavano, agli angoli delle vie, o in mezzo alla piazza. Si baciavano per non dimenticarsi la ragione per cui non volevano perdersi. E questa ragione era, evidentemente, un qualcosa che non avrebbero saputo dire, ma soltanto baciare.

Diceva lei, a chi domandava di loro, che stavano bene insieme, e quindi andava bene così.

Ricordavano le sue amiche, col sorriso di chi le sa lunga, che era stata proprio lei ad affermare, troppo poco tempo prima, di non volere nessuno, perchè di avere qualcuno con sè, non ne valeva davvero la pena; che sarebbe stata una gran seccatura, siccome lei era serena e impegnata, e si bastava.

Diceva loro, annuendo gravemente, che ricordava le proprie parole. E si chiedeva: davvero pensavo questo?

Ridevano, le amiche, della sua incoerenza. Provasse a giustificarsi, almeno.

Diceva lei che non erano cose che si potevano preventivare, quelle. E che, in quanto eccezionali, non negavano la teoria generale, anzi, se mai, la confermavano. Diceva, insomma, ma senza dirlo, che si era sbagliata su un po’ di cose, e si riprometteva, da lì in poi, nella vita, di dubitare un po’ di sè, in particolare quando fosse stata assolutamente certa di qualcosa.

Fattostà che lui doveva partire, dopo poco, e, anche se si sapeva dal principio, siccome il principio non contava, quando finalmente capì ciò che davvero significava, tutto le sembrò diverso. Le cose che facevano insieme, i sorrisi e persino quanto era già stato; tutto a quel punto le parve sciocco, infantile, e finito.

Ma non fece niente, non subito, e, così, indaffarata com’era nelle faccende della vita, fece di tutto per dimenticarsene. Frattanto, continuava a vendere presepi, ogni mattina, con in testa una cuffia da Babbo Natale, e al collo una sciarpa rossa di lana spessa. Era quella sua singolare occupazione, l’unico motivo per cui si accorse che il Natale era lì lì per tornare. Si avvicinava alla sua vita, al ritmo dei passi lenti e inesorabili di quelle signore impellicciate, che, esaminato il suo banchetto con minuzia, acquistavano i pensierini sacri per le loro amiche, spendendo quei pochi soldi malvolentieri, e con aria superba e seccata.

Si, era quasi Natale, e, quando un pomeriggio qualunque le chiesero se avesse fatto l’albero, e lei rispose di no, si sentì come di doversi giustificare. Diceva che il Natale non era poi niente di chè; che al ritmo indiavolato di quei giorni, non aveva proprio il tempo di pensarci. E se pur c’era, in quel pensiero, qualche cosa che le dispiaceva, certo non era il caso di farne un dramma.

Se ne fece una ragione nell’ istante in cui lo disse: se si poteva rinunciare alle neve, si poteva rinunciare anche al Natale. E siccome era in vena di decisioni importanti, quello stesso pomeriggio tagliò corti i capelli. Scrutando il suo nuovo viso nello specchio, si riconobbe, e capì che era nuovamente capace di stare bene da sola, e non fu più un pomeriggio qualunque.

Poco tempo dopo, una notte rimase da lui. Si abbracciavano sotto le coperte calde, e si guardavano. La luce era quella del fuoco, perchè c’era il camino in quella stanza, e i loro occhi erano caldi di fiamme e dolci di vino. Tutto attorno aleggiava un profumo irripetibile: di loro due un po’ assonnati, di cioccolata e riso e caramello, di legno che brucia, di libri polverosi, di libri nuovi, di pensieri confusi a parole volanti, di intonaco, con sopra le tegole, con sopra le stelle ed altre cose, che non si possono che immaginare. E poi c’era nell’aria l’arbitraria certezza che si fosse proprio in uno di quei momenti perfetti, che lo capisci solo dopo che cos’hanno di speciale, e loro quindi ancora non avevano capito, ma chiunque lo avrebbe percepito stando lì, e li avrebbe invidiati. Perchè erano belli, e giovani, e si guardavano in silenzio, adesso, in una stanza con tutto quel fuoco, e tutto quel profumo, e fuoco e profumo appartenevano a loro soltanto, ed esclusivamente loro era anche il momento perfetto. Si poteva pensare, vedendoli, che quei due sarebbero stati felici a lungo, e per davvero.

E invece lei era lì che gli diceva, proprio in quel momento: tu devi partire. E quel “devi” non era una constatazione, ma un ordine. Che diede inizio alle parole, confuse e dispiaciute, gridate e sussurrate. Decise, anche se prive di coerenza.

Quella notte, i due si sforzarono a lugno di ascoltarsi, e ne valse la pena, perchè si capirono.

Capivano tutto.

Diceva lui che avrebbe voluto non dover partire.

Diceva lei che non aveva più importanza.

Si arrabbiava lui, che non sapeva più lei chi fosse, con quel sorriso duro e triste.

Sorrideva lei e lo abbracciava di nuovo, e davvero era triste.

Si consolava però, lei, raccontandosi che si sarebbe inventata un bella storia, su quel momento lì, con il fuoco, il profumo, e tante lacrime, che nessuno, lo sapeva, avrebbe versato, quella sera, nella stanza del camino.

Poi la notte, ad un certo punto, tradendo ogni aspettativa, era finita, ed in breve fu finito pure il mattino seguente, e la sua famiglia la aspettava già per il pranzo. Era lontana e, verosimilmente, in ritardo, e perciò correva davvero forte sulla sua automobile per quelle strade sconosciute in mezzo ai campi.

Aveva la testa vuota, fumava una sigaretta, e si sentiva come se si fosse già lasciata tutto alle spalle.

Comunque, si era persa, e malediceva vivacemente la sua arbitraria abitudine di inventare scorciatoie. La creatività è un lusso che non sempre ci si può concedere, constatava con rassegnata obiettività. Odiava l’idea di essere in ritardo, nelle cose, e, in quel frangente, il ritardo era ormai cosa certa, dal momento che quello stradone infinito, tutto curve e paesini dimenticati da Dio, non accennava a sbucare in nessun riconoscibile dove. Ad un certo punto, e stava giusto meditando di fermarsi a consultare una mappa, sempre che l’avesse avuta con sè, vide un cartello a lato della strada. Fiorista domenica aperto, diceva, e sotto una freccia a sinistra. Lo aveva già passato, a quel punto, ma non ci pensò un istante ad infilarsi nella prima stradina e invertire la marcia. Arrivò in un parcheggio completamente vuoto, e subito si precipitò fuori, sbattendo la portiera. Probabilmente stava per chiudere, pensava, dopotutto anche lui aveva il diritto di pranzare, il fiorista. Che pianta posso regalare, si chiedeva entrando trafelata. Non se ne intendeva granchè, giacchè non aveva mai regalato un pianta a nessuno. Ma non se ne crucciò affatto. Buongiorno, salutò. Buongiorno, salutarono un uomo e una donna, cosa che la indusse a constatare che, evidentemente, i fioristi affamati erano ben due. Perso un breve attimo così, inutilmente, poi si riscosse, felice di avere una risposta pronta. Vorrei una stella di Natale, disse timidamente.

Piccola o grande?

Grande, disse lei assai prontamente, e con una certa solennità.

Va bene quella?, chiese il fiorista uomo indicandone in alto, una davvero grande, avvolta in una lucida carta blu.

E poichè innamorarsi è questione di un attimo, gli rispose lei con un sorriso: è perfetta.

Così, poco dopo, lei usciva dal negozio, abbracciata alla sua pianta. I fiori rossi le solleticavano il viso, dolcemente. La sistemò davanti al sedile del passeggero, assicurandosi che fosse stabile. La rimirò un istante e le disse: sarai un regalo bellissimo, ne sono certa. Poi chiuse la portiera e trasse un profondo e compiaciuto respiro. L’aria, pulita e fresca, pungeva discerta sulle guance e nel petto, e la percorse un brivido assai gradevole. Espirò lentamente, e, quando aprì gli occhi, attorno a lei, nell’aria, sentì qualcosa che prima non c’era. Chiuse di nuovo gli occhi e li riaprì, ancora incredula. Mise a fuoco un pezzo di mondo che le parve un pò più rappresentativo: nel parcheggio, ancora grande e vuoto, e oltre, sopra i campi infreddoliti, c’era da non crederci.

Nevicava.

Mira

 

Inconcepibili

29 novembre 2007

Mi sono sempre chiesto perchè vi sia una diversità così sorprendente nella comunicazione delle informazioni.
Non riesco a scorgere la differenza sostanziale, di fondo, fra due concetti, magari diversississimi, appartenenti a sfere differenti del sapere, ma che sempre concetti rimangono.
Idee, informazioni, abitanti della noosfera.

Eppure per raggiungere alcune informazioni bisogna studiare anni, mentre per altre basta un’occhiata, una parola.
Per comprendere determinate teorie bisogna avere tempo, volontà: dedicare esperienze e vita al costruirsi basi per poter salire ancora più in alto, innalzare magazzini per conservare i mattoni di domani.
Per altre sensazioni, non meno complesse, servono sguardi, carezze, parole, profumi. Immediate ti raggiungono e permangono.

Eppure le informazioni, le unità fondamentali, partono dallo stesso punto, con lo stesso medium, e raggiungono nello stesso modo il destinatario.
Si tratta sempre di pensieri tradotti in parole, di linguaggio. Sono fatti degli stessi atomi.

Sento fortemente la mancanza di una letteratura euristica, di una narrazione che possa fornire informazione, spiegare, insegnare.
Esattamente come un testo universitario.
Analogamente, non conosco, se non rarissimi casi, saggi, trattati, articoli scientifici che possano garantire lo stesso calore di un romanzo d’avventura, la profondità di una poesia.
Non riesco a cogliere la ragione profonda del perchè ciò sia impossibile.

Credo che qusti libri facciano parte degli Inconcepibili,
quei libri che non esistono neppure nella biblioteca di Babele.
Quei libri che stanno al di fuori del reale, e ai quali possiamo soltanto anelare.

Esistono libri immaginari, esistono credo anche libri che sarebbero potuti esssere stati scritti, ma il destino o la morte non ha voluto vederli nascere su questa terra.
Penso al saggio sui coltelli della Moore tradotto dalla Campo, all’ultima lezione americana di Calvino, al romanzo definitivo di Dostojevskij.
Tutti questi, in un modo o nell’altro, saranno infrattati in qualche angolo oscuro della Biblioteca, ma ci saranno. Un po’ come i numeri irrazionali: non li potrai mai comprendere, possedere con uno sguardo, ma ne puoi vedere una parte, concepire un’esistenza.
Gli inconcepibili sono forse numeri strani, fanno parte di un altro sistema, più ampio. Come i numeri complessi, forse.
Un altro universo, a cui si può arrivare con la ragione, con il desiderio: essi, i libri che non ci sono, ma che abitano fra noi come alieni, provenienti da altri spazi.
Possiamo soltanto percepirli come assenza.

…quella vita piagata d’infinito in ogni cellula del suo corpo,…
Cristina Campo, Sensi soprannaturali


Aubrey

J. : – Chi è Cristo?

K. :  – Un abisso di luce, bisogna chiudere gli occhi per non precipitare

Aubrey

Enzo Biagi

6 novembre 2007

Si è spento oggi, all’età di 87 anni. Un uomo che ha dedicato la sua vita al giornalismo, alla cultura, alla libertà d’esprimersi. A lui è dedicata l’apertura di questa rubrica, primo degno esemplare di una Specie in via d’estinzione.

Un ragazzo comune, Enzo Biagi, nato a ridosso del primo dopoguerra, dentro modeste mura, tra le montagne emiliane. Impara a scuola ad usare i numeri, ma sono le lettere la sua vera passione. Sogna di fare il giornalista, per diventare un «vendicatore capace di riparare torti e ingiustizie». Appena maggiorenne si guadagna il ruolo di cronista nel Resto del Carlino, e dopo una breve gavetta, raggiunta l’età minima per l’iscrizione all’Albo, diventa professionista. Richiamato alle armi allo scoppio della guerra, per non aderire alla Repubblica di Salò, varca la linea del fronte aggregandosi ai gruppi partigiani sull’Appennino. Nella primavera della Liberazione rientrato a Bologna con gli alleati, dai microfoni della radio locale annuncia la fine della guerra. Torna a scrivere, l’instancabile Biagi, ma il giornale che aveva ospitato il suo esordio lo ripudia, con l’accusa di essere un comunista sovversivo, per l’adesione al manifesto di Stoccolma contro la bomba atomica. Ma non demorde il vendicatore, che passando attraverso le principali testate italiane, e i corridoi di viale Mazzini ora come inviato speciale, ora come critico cinematografico, ora come autore di settimanali e programmi d’approfondimento giornalistico, tornerà nel Giornale dell’Emilia, nelle meritate vesti di direttore. Matrimonio tormentato quello con la Rai, già tempo prima dell’ingiurioso Editto Bulgaro. Eppure il Fatto che in dieci anni di messa in onda ha catalizzato fino a 6 milioni di spettatori al giorno, resta il miglior programma giornalistico realizzato nei cinquant’anni della Rai. E poi il silenzio, obbligato, nell’attesa che fosse ricostituita quella dimenticata libertà d’espressione, di cui Biagi si era sempre proclamato strenuo difensore. Tornerà nelle case degli italiani, con lo sguardo commosso, e al tempo stesso deciso, fermo, di chi conserva orgoglio e dignità dopo la resistenza.Difficile scegliere uno tra gli ottanta e più scritti di questo leggendario personaggio. Mi piace ricordare l’uomo che si nascondeva dietro quelle grosse spesse lenti, e immaginarne i sentimenti più comuni, i valori condivisi..l’Amore, l’Identità, la Patria; così citerò due opere probabilmente minori, ma che tanto mi hanno incuriosita.

La prima “Come si dice amore“;

L’altra ” Storia d’Italia a fumetti“.

 

Galatea

Esistono più cose

4 novembre 2007

Vi racconterò la mia storia, e siete perfettamente liberi di non crederci.

Non aggiungerò nulla, vi dirò solo quello di cui sono testimone: esistono più cose di quelle che normalmente gli uomini possono percepire.

Pioveva ininterrottamente da tre giorni, e Modena sembrava un’unica grande pozzanghera su cui fossero stati appoggiati i palazzi, le chiese e i portici. Era la fine di ottobre e, come da qualche anno in quel periodo, avevo lasciato per alcuni giorni l’Università per lavorare nei cimiteri come garzone di un fioraio; dalle sette e mezza alle sei di sera zappavo sulle tombe, piantavo cipressi e sistemavo fiori… quell’anno non avevo mai annaffiato, dato che ininterrottamente era piovuto sulla mia testa, sul mio impermeabile e anche un po’ sui miei pensieri.

Lavoravo con un vecchietto che si chiamava Fozio, ed era un signore basso, leggermente gobbo, con le braccia pelose che uscivano dalle maniche arrotolate di un camicione blu; era esperto ed instancabile, ma non mi parlava quasi mai, piuttosto faceva segni con il capo per indicarmi la zappa o la vanga o il tumulo da mettere in ordine. Io credevo che fosse matto perchè bofonchiava sempre qualcosa tra sè e sè; i primi giorni avevo provato a capire cosa dicesse, e mi era sembrato che sussurrasse, come brontolando: – Se no ti mettono dentro- Non lo dire a nessuno- …coi malati – Come se non esistessero… e altre frasi del genere. Io avevo aggrottato le sopracciglia e avevo provato a chiedergli di cosa stesse parlando… lui aveva alzato la testa e mi aveva guardato fissamente con i suoi occhi cisposi, in silenzio. Poi aveva ricominciato a zappare.

Mi trovavo, una mattina, all’entrata del Cimitero di San Cataldo, gloriosa costruzione di Aldo Rossi di cui si vanta la città; il grigio del cielo e della pioggia tutt’intorno mi dava un brivido di paura e piacere, come se tutto fosse solo uno scenario per farmi assaporare il gusto dolceamaro della solitudine. Fumai una sigaretta umida, pensando all’odore di fumo che, nel freddo, mi sarebbe rimasto attaccato addosso come una corazza, poi mi misi a camminare avanti e indietro, per combattere il freddo che mi stava salendo dalla schiena.

A un certo punto avvertii un odore strano, pungente, una puzza acre che non sembrava appartenere nè agli odori di acidi nè alle puzze naturali di marciume o escrementi; era piuttosto un misto tra le due categorie, e mi costringeva a chiudere gli occhi nello sforzo di arricciare il naso. Con le dita mi tappai le narici e intanto mi feci schermo alla bocca con la mano, ma quell’odore mi bruciava il palato e mi entrava in gola, fino ai polmoni e alla testa… Come se fosse penetrato anche dentro i miei occhi, iniziai a vederci appannato, mi sfregai le palpebre e, seguendo con la mano il muro del cimitero, cercai di allontanarmi da quel puzzo. Una ventina di passi più in là l’odore non si sentiva più, ed iniziai a respirare di nuovo; ma mi era rimasta negli occhi quella nebbia, quelle goccioline… mi sembrava che la pioggia mi fosse entrata dentro, vedevo come attraverso un vetro rorido di gocce… le cose stavano al di là delle gocce: era come se l’aria, lo spazio tra gli oggetti fosse pieno di goccioline attaccate le une alle altre… mi accorsi schifato che le goccioline in realtà si muovevano, e a ben guardare avevano zampette e occhi minuscoli, erano gelatinosi esserini ammassati, dei vermi… feci come per scacciarli dalla mia vista, e fu allora che il mio disgusto toccò l’apice: non era un sensazione tattile, eppure in qualche modo allungando la mano per spostare quei vermi e farmi largo tra di loro io li toccavo, sentivo i loro corpi molli, le loro zampette minuscole e persino il verso sottile che usciva dalle loro bocche senza lingua.

Al di là di quel mare trasparente di vermi, vidi che era arrivato Fozio.

-Aiuto! Fozio, ho sentito una puzza… Ora vedo solo vermi! ..Tutto, Fozio, vedo tutto pieno di schifosi vermi trasparenti!

Gli occhi cisposi di Fozio si alzarono decisi sui miei, e io intravidi prima lo spavento e poi un sorriso sardonico sulla sua faccia… alzò un braccio e, nello spazio che ci separava, prese tra il pollice e l’indice un verme, uno dei più grossi e polposi. L’essere si contorceva, cercava di arrotolarsi su se stesso per morsicargli le dita… Fozio lo strinse fino a quando non emise quasi un grido, un urlo impercettibile di dolore. Poi ritrasse la mano.

- Ma spiegami… è successo anche a te? Cosa è stato? Cosa sono queste schifezze?

-Come se non esistessero – Non lo dire a nessuno.- cominciò a bofonchiare a testa bassa Fozio, come da sempre l’avevo sentito fare. Ma questa volta ascoltai attentamente le sue parole, e capii che erano consigli per me oltre che moniti per se stesso…

-Se no ti mettono dentro.- Non lo dire a nessuno- Ti mettono coi pazzi se lo dici.

E mi fece cenno col capo, che prendessi la zappa che era appoggiata al muro e lo seguissi per lavorare.

Io ho seguito i consigli di Fozio, e non ne ho parlato con nessuno.

Ma è da allora che vedo -o dovrei dire sento?-i vermi…

Ormai mi sono abituato all’idea e non mi fanno così schifo. In fondo, come i vermi-animali si muovono in mezzo alla terra, e della terra probabilmente non si accorgono, così noi ci muoviamo in mezzo ai vermi-goccia, senza averne sentore ci facciamo largo tra i loro corpi viscidi… Solo una specie di senso ulteriore (la cui acquisizione deve avere in qualche modo a che fare coi cimiteri) permette di percepirli, e chiunque non abbia questo senso faticherà a prestar fede al mio racconto… Ma dovete credermi se vi dico che ora capisco cose che prima non sapevo spiegarmi, finalmente comprendo la reale motivazione di situazioni a cui solitamente non si dà importanza… Per esempio, sarà capitato anche a voi che su un punto del foglio la biro non scriva, la si prova su un altro foglio e scorre liscia ma lì, proprio lì, continua a non voler lasciare nessun segno… è perché un verme è rimasto incastrato tra la carta e l’inchistro, infilzato dalla punta della penna, e sarà impossibile scrivere in quel punto se non dopo aver trovato uno spazio tra quella carcassa e gli altri… o quando senza motivo il naso prude: è perché un verme sta camminando sul limitare delle narici, e con la mano lo si sposta grattandosi… o, ancora, quando un oggetto che stava perfettamente in una scatola sembra non volerci più rientrare, come se fosse lievitato o la scatola si fosse rimpicciolita… è perché è entrato qualche verme, ed è necessario che possa uscire dalla scatola perché l’oggetto abbia di nuovo lo spazio iniziale…

A volte mi dico: anche solo da queste situazioni gli uomini che non li percepiscono potrebbero intuire qualcosa! Ma capisco che sia veramente difficile credermi, credere che ciò che si vede sia immerso in ciò che non si vede… In fondo, se fossimo tutti sordi voi credereste a chi vi vuole convincere dell’esistenza della musica? E se fossimo tutti ciechi, chi crederebbe che il mondo è pieno di colori?

Così mi darete del bugiardo, o del pazzo, o rimarrete col sorriso di derisione degli scettici…

Se però volete sapere schiettamente il mio parere, credo che in fondo abbiate paura, paura che il mondo possa davvero essere così, paura di scoprire che siamo tutti circondati da viscidi vermi…

Io vi capisco. A dire la verità, si sta meglio senza saperlo.

Lou

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